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    January 29

    Festa di S.Agata in breve...

    La Festa in Breve
    L'attaccamento della città alla Santa e i riti che si ripetono da cinque secoli, rendono la festa densa di momenti suggestivi e indimenticabili.
    Il 4, 5, 6 febbraio sono tre giorni di culto, di devozione, di folclore, di tradizioni che non hanno riscontro nel mondo. Per tre giorni un milione di devoti e curiosi sciamano nelle vie e nelle piazze di Catania in onore della Santa.
    Il clou della festa è il 4 e 5 febbraio, quando la patrona della città, nel suo fercolo argenteo, attraversa i quartieri popolari.
    Il 5 presenta tre momenti significativi: la lunga e solenne processione del mezzogiorno per l'offerta della cera, cui partecipano le più alte autorità civili, religiose e militari, con i gonfaloni del Comune, della Provincia e dell'Università, la processione che conduce Sant'Agata dalla chiesa alla Fornace alla Basilica Cattedrale e le undici candelore, che simboleggiano le corporazioni dei mestieri e le due carrozze del Senato catanese. La lunga notte di Sant'Agata si conclude all'alba del 5 febbraio, quando la patrona viene accompagnata da migliaia di fedeli nella Basilica Cattedrale. Catania si anima per più di ventiquattro ore, sino alla conclusione della celebrazione, che avviene con la messa officiata dal Cardinale. Durante la celebrazione di quest'anno, in uno dei momenti culminanti del rito, l'uscita della Santa, hanno assistito cinquantamila persone.
    Ma il momento che suscita suggestioni uniche e indimenticabili è il "Canto antico delle suore". L'avvenimento si svolge nel cuore della notte, lasciando con il fiato sospeso le persone che assistono.
    All'alba del giorno 6, il Fercolo con le reliquie giunge in via Crociferi. E' il momento in cui la Santa saluta la città prima della conclusione dei festeggiamenti. Per tutta la notte, migliaia di cittadini in camice bianco sfidano il freddo della notte, gridando "Viva Sant'Agata", in un momento denso di magia e spiritualità. A questo punto, mentre improvvisamente l'atmosfera si fa silenziosa, si eleva il canto angelico delle monache di clausura. L'origine del testo e della musica si perde nella notte dei tempi, anche se una leggenda tramanda che il suo autore fu un siciliano di nome Tarallo, che lo compose appositamente per le monache di clausura di San Benedetto.
     
    La Processione

    Ogni anno il 3, il 4 e il 5 febbraio Catania offre alla sua patrona una festa così straordinaria che può essere paragonata soltanto alla Settimana Santa di Siviglia o al Corpus Domini di Cuzco, in Perù.
    Il primo giorno è riservato all’offerta delle candele. Una suggestiva usanza popolare vuole che i ceri donati siano alti o pesanti quanto la persona che chiede la protezione. Alla processione per la raccolta della cera, un breve giro dalla fornace alla cattedrale, partecipano le maggiori autorità religiose, civili e militari. Due carrozze settecentesche, che un tempo appartenevano al senato che governava la città, e undici “candelore”, grossi ceri rappresentativi delle corporazioni o dei mestieri, vengono portate in corteo (leggi in fondo al post).
    Questa prima giornata di festa si conclude in serata con un grandioso spettacolo di giochi pirotecnici in piazza Duomo.
    I fuochi artificiali durante la festa di Sant’Agata, oltre a esprimere la grande gioia dei fedeli, assumono un significato particolare, perché ricordano che la patrona, martirizzata sulla brace, vigila sempre sul fuoco dell’Etna e di tutti gli incendi.
    Il 4 febbraio è il giorno più emozionante, perché segna il primo incontro della città con la Santa Patrona. Già dalle prime ore dell’alba le strade della città si popolano di “cittadini”. Sono devoti che indossano il tradizionale “sacco” (un camice votivo di tela bianca lungo fino alla caviglia e stretto in vita da un cordoncino), un berretto di velluto nero, guanti bianchi e sventolano un fazzoletto anch’esso bianco stirato a fitte pieghe. Rappresenta l’abbigliamento notturno che i catanesi indossavano quando, nel lontano 1126, corsero incontro alle reliquie che Gisliberto e Goselmo riportarono da Costantinopoli. Ma l’originario camice da notte, nei secoli, si è arricchito anche del significato di veste penitenziale: secondo alcuni l’abito di tela bianca è la rivisitazione di una veste liturgica, il berretto nero ricorderebbe la cenere di cui si cospargevano il capo i penitenti e il cordoncino in vita rappresenterebbe il cilicio.
    Tre differenti chiavi, ognuna custodita da una persona diversa, sono necessarie per aprire il cancello di ferro che protegge le reliquie in cattedrale: una la custodisce il tesoriere, la seconda il cerimoniere, la terza il priore del capitolo della cattedrale. Quando la terza chiave toglie l’ultima mandata al cancello della cameretta in cui è custodito il Busto, e il sacello viene aperto, il viso sorridente e sereno di Sant’Agata si affaccia dalla cameretta nel crescente tripudio dei fedeli impazienti di rivederla. Luccicante di oro e di gemme preziose, il busto di Sant’Agata viene issato sul fercolo d’argento rinascimentale, foderato di velluto rosso, il colore del sangue del martirio, ma anche il colore dei re.
    Prima di lasciare la cattedrale per la tradizionale processione lungo le vie della città, Catania dà il benvenuto alla sua patrona con una messa solenne, celebrata dall’arcivescovo.
    Tra i fragori degli spari a festa, il fercolo viene caricato del prezioso scrigno con le reliquie e portato in processione per la città.
    Il “giro”, la processione del giorno 4, dura l’intera giornata. Il fercolo attraversa i luoghi del martirio e ripercorre le vicende della storia della “Santuzza”, che si intrecciano con quella della città: il duomo, i luoghi del martirio, percorsi in fretta, senza soste, quasi a evitare alla Santa il rinnovarsi del triste ricordo. Una sosta viene fatta anche alla “marina” da cui i catanesi, addolorati e inermi, videro partire le reliquie della Santa per Costantinopoli. Poi una sosta alla colonna della peste, che ricorda il miracolo compiuto da Sant’Agata nel 1743, quando la città fu risparmiata dall’epidemia.
    I “cittadini” guidano il fercolo tra la folla che si accalca lungo le strade e nelle piazze. In quattromila o cinquemila trainano la pesante macchina. Tutti rigorosamente indossano il sacco votivo e a piccoli passi tra la folla trascinano il fercolo che, vuoto, pesa 17 quintali, ma, appesantito di Scrigno, Busto e carico di cera, può pesare fino a 30 quintali. A ritmo cadenzato gridano: “cittadini, viva Sant’Agata”, un'osanna che significa anche: “Sant’Agata è viva” in mezzo alla folla. Il “giro” si conclude a notte fonda quando il fercolo ritorna in cattedrale.
    Sul fercolo del 5 febbraio, i garofani rossi del giorno precedente (simboleggianti il martirio), vengono sostituiti da quelli bianchi (che rappresentano la purezza). Nella tarda mattinata, in cattedrale viene celebrato il pontificale. Al tramonto ha inizio la seconda parte della processione che si snoda per le vie del centro di Catania, attraversando anche il “Borgo”, il quartiere che accolse i profughi da Misterbianco dopo l’eruzione del 1669. Il momento più atteso è il passaggio per la via di San Giuliano, che per la pendenza è il punto più pericoloso di tutta la processione.
    Esso rappresenta una prova di coraggio per i “cittadini”, ma è interpretato anche - a seconda di come viene superato l’ “ostacolo” - come un segno celeste di buono o cattivo auspicio per l’intero anno. A notte fonda i fuochi artificiali segnano la chiusura dei festeggiamenti.
    Quando Catania riconsegna alla cameretta in cattedrale il reliquiario e lo scrigno, i sacchi bianchi non profumano più di bucato, i volti sono segnati dalla stanchezza, i muscoli fanno male, la voce è ridotta a un filo sottile. Ma la soddisfazione di aver portato in trionfo il corpo di Sant’Agata per le vie della sua Catania riempie tutti di gioia e ripaga di quelle fatiche. Bisognerà aspettare un altro anno, per poter vedere sorridere ancora una volta il viso buono della Santa che fu martire per la salvezza della fede e di Catania.

     

     

    Le Candelore

    La festa di Sant’Agata è inscindibile dalla tradizionale sfilata delle “candelore”, enormi ceri rivestiti con decorazioni artigianali, puttini in legno dorato, Santi e scene del martirio, fiori e bandiere. Le candelore precedono il fercolo in processione, perché un tempo, quando mancava l’illuminazione elettrica, avevano la funzione di illuminare il passo ai partecipanti alla processione. Sono portate a spalla da un numero di portatori che, a seconda del peso del cero, può variare da 4 a 12 uomini.
    I maestri orafi del Trecento avevano realizzato il Busto di Sant’Agata, un capolavoro d’arte raffinato e prezioso. Ma il popolo, da sempre vicino alla patrona, ha voluto essere presente nella festa con creazioni proprie, opere di fattura artigianale che rappresentassero, inoltre, associazioni di varie categorie di lavoratori.
    Ognuna delle 11 candelore possiede una precisa identità. Sulle spalle dei portatori, essa si anima e vive la propria unicità, che si compone di diversi elementi: la forma che caratterizza il cero, l’andatura e il tipo di ondeggiamento che gli viene dato, la scelta di una marcia come sottofondo musicale. Le candelore sfilano sempre nello stesso ordine. Ad aprire la processione è il piccolo cero di monsignor Ventimiglia. Il primo grande cero rappresenta gli abitanti del quartiere di San Giuseppe La Rena e fu realizzato all’inizio dell’Ottocento. E’ seguito da quello dei giardinieri e dei fiorai, in stile gotico-veneziano. Il terzo in ordine di uscita è quello dei pescivendoli, in stile tardo-barocco con fregi Santi e piccoli pesci. Il suo passo inconfondibile ha fatto guadagnare alla candelora il soprannome di “bersagliera”. Il cero che segue è quello dei fruttivendoli, che invece ha passo elegante ed è dunque chiamato la “signorina”. Quello dei macellai è una torre a quattro ordini. La candelora dei pastai è un semplice candeliere settecentesco senza scenografie.
    La candelora dei pizzicagnoli e dei bettolieri è in stile liberty, quella dei panettieri è la più pesante di tutte, ornata con grandi angeli, e per la sua cadenza è chiamata la “mamma”. Chiude la processione la candelora del circolo cittadino di Sant’Agata che fu introdotta dal cardinale Dusmet.
    In passato le candelore sono state anche più numerose: esistevano quelle dei calzolai, dei confettieri, dei muratori, fino a raggiungere in alcuni periodi il numero di 28.  

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